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Nelle case con più beagle esistono gerarchie, ma non come credi: la scienza smonta il mito del capobranco e spiega come convivono davvero.
Il beagle è un cane nato per lavorare in muta, e chi ne ospita due o più in casa lo intuisce presto: c’è chi si sdraia sempre sul divano migliore, chi arriva per primo alla ciotola, chi guida la fila durante la passeggiata.
Verrebbe da concludere che esista un “capobranco” e che tutti gli altri gli siano subordinati. La realtà, secondo la ricerca più recente, è molto meno gerarchica di così.
Il mito del cane alfa: da dove nasce?
L’idea del cane “alfa” affonda le radici in studi condotti negli anni Settanta su gruppi di lupi non imparentati e tenuti in cattività, dove la convivenza forzata produceva rigide scale di rango. Un modello che per decenni ha influenzato l’addestramento, con metodi fondati sull’affermazione di dominanza e, non di rado, sulla punizione.
Oggi la comunità scientifica lo considera superato: la University of Edinburgh School of Veterinary Studies sostiene che nei cani non esistano né una dominanza né una gerarchia lineare, e che il cosiddetto “cane alfa” non esista.
Cosa dice la ricerca sui cani conviventi?
Questo non significa che tra cani della stessa casa non esistano ruoli. Uno studio pubblicato su Animal Cognition nel 2024 indica che i cani conviventi tendono effettivamente a formare una gerarchia, mantenuta attraverso comportamenti di dominanza formale, cioè esibita senza aggressività, e di dominanza agonistica.
Il rango emerge in contesti concreti, come il possesso di un giocattolo o il saluto reciproco. Ma si tratta di un equilibrio fluido, che cambia a seconda della risorsa in gioco: un cane può tenere di più al cibo, un altro al posto migliore dove dormire, e nessuno dei due “governa” sull’altro in senso assoluto.
Un’indagine condotta tra proprietari di più cani ha rilevato che il cane percepito come dominante ha in genere priorità di accesso alle risorse (luogo di riposo, cibo, premi), guida il gruppo nelle passeggiate, abbaia di più ed è spesso il più anziano. Taglia, peso, sesso e condizione fisica, invece, non risultano determinanti nella percezione del rango.
E i beagle in particolare?
Sui beagle esistono meno dati specifici di quanto si pensi. Uno studio spesso citato sulle gerarchie canine ha osservato un gruppo di dieci cani di taglia medio-grande, circa la metà dei quali beagle, ma in un contesto di canile, con un’ora di interazione al giorno: condizioni molto diverse da quelle di una casa.
Conta però il dato storico: il beagle è stato selezionato per cacciare in muta, in cooperazione con altri cani, ed è una razza con una spiccata propensione sociale. Un’indole che, in genere, rende la convivenza tra più esemplari più semplice di quanto avvenga in razze meno abituate al lavoro di gruppo.
Dove nascono davvero i conflitti?
Secondo gli specialisti, le tensioni tra cani conviventi hanno meno a che fare con presunte lotte per il potere e più con la gestione delle risorse, con le differenze di personalità e con le caratteristiche di razza. Per un beagle, la risorsa per eccellenza è il cibo, e la sua proverbiale golosità è una potenziale fonte di attrito, insieme ai giochi e ai posti di riposo preferiti.
Consigli pratici per la convivenza
Servono soprattutto accorgimenti semplici. Far mangiare i cani in ciotole e postazioni separate riduce il rischio di contese, così come offrire più cucce e più giochi di quanti sembrerebbero necessari.
Evitare metodi basati sull’intimidazione o sulla punizione è oggi la raccomandazione condivisa, perché tende ad aumentare tensione e imprevedibilità anziché stabilità.
Se i litigi diventano frequenti o intensi, il consiglio è rivolgersi a un veterinario comportamentalista, che valuti la situazione caso per caso.
